• Argomenti

  • Archivi

Quando eravamo re

Vola come una farfalla, pungi come un’ape. Settant’anni fa a Luisville,nello stato del Kentucky, nasceva Cassius Marcellus Clay.
Sono settant’anni da celebrare, perché sono stati vissuti e combattuti su molti ring. Su quelli della boxe, contro avversari potenti ma leali, e su quelli della vita. In un’America che negli anni Sessanta non poteva neppure immaginare che un giorno sarebbe stata guidata da un presidente di origini africane come Obama. Un’America dominata dal razzismo, dove un uomo di colore era spesso uno “sporco negro”, dove le prime file dei sedili sugli autobus erano riservate ai bianchi, dove in molti ristoranti l’ingresso non era consentito ai neri.
Alì è stato un grandissimo pugile, forse il più grande di tutti i tempi. Ma ancora di più è’ stato un uomo che ha fatto delle battaglie civili una ragione di vita. Ha cominciato presto a fare a pugni con questa parte meno nobile degli Stati Uniti. Poco più che ragazzino, a 18 anni, è diventato campione olimpico dei mediomassimi a Roma, nel 1960. Osannato sul ring per quel trionfo, respinto nella vita di tutti i giorni dal pregiudizio razziale che anche da campione olimpico continuava a rifiutargli una vita normale. Cominciò così la sua ribellione contro l’America razzista e intollerante, gettando nelle acque del fiune della sua città quella medaglia d’oro conquistata a Roma che non gli consentiva l’accesso ai locali riservati ai bianchi. E proseguita poi con il più clamoroso dei rifiuti, quello di andare in Vietnam a fare la guerra. La sua vita in Vietnam sarebbe stata lontana dal fronte, protetta dal dolore e dalla fatica. Sarebbe stato un illustre testimonial per sollevare il morale della truppa. Ma Alì strappò la cartolina di precetto. “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”, rispose a chi gli chiedeva conto di quel rifiuto pagato a carissimo prezzo: accusato di renitenza alla leva, venne condannato a cinque anni di carcere da una giuria composta da soli bianchi. Fu privato del titolo mondiale dei pesi massimi e della licenza pugilistica. Dovettero passare alcuni anni prima che l’America riconoscesse il proprio torto e riabilitasse Cassius Clay, ormai diventato Muhammad Alì dopo aver abbracciato la fede musulmana. Nel 1971 tornò sul ring vincendo 2 incontri prima di affrontare il successivo, valido per il titolo mondiale dei massimi, che lo vide sconfitto ai punti dal detentore del titolo Joe Frazier in quello che è ricordato come “l’incontro del secolo”. Il 30 ottobre 1974 riconquistò il titolo mondiale battendo per KO George Foreman a Kinshasa, nello Zaire. Nelle settimane che precedono l’incontro più difficile della sua carriera, Alì si fece portavoce e simbolo del riscatto culturale e morale dell’intero popolo zairese, affrontando una sfida difficilissima (da alcuni definita impossibile) con un pugile più potente e più giovane di lui. George Foreman, anche se a sua volta nero, nell’immaginario del popolo zairese diventa subito il nemico da battere, il simbolo della sopraffazione di un popolo. Alì vinse l’incontro grazie ad una tattica che nessuno avrebbe mai pensato che attuasse; persino i suoi allenatori erano increduli e non si capacitavano. Il Campione si incollò alle corde per 8 riprese, facendo sfogare tutta la potenza di cui disponeva Foreman contro un bersaglio inaspettatamente “elastico” costituito dal corpo di Ali e le corde del ring; pur venendo colpito da pugni micidiali l’azione elastica delle corde attenuava la potenza dei colpi di Foreman. Quando, verso la fine dell’ottavo round, si accorse che Foreman era stremato, Ali sferrò una serie di jab e uppercut che fecero crollare il rivale al tappeto per il conteggio finale. Fu una vittoria memorabile.
Oggi Le sue mani sono scosse da un tremore spesso irrefrenabile, ma il suo sguardo conserva intatta la profondità di un tempo. L’uomo che per un ventennio, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, ha scritto la storia del pugilato, oggi è un signore che lotta con il morbo di Parkinson, una battaglia impari, ma lui non molla, anzi, prova a saltellare attorno alla malattia, a prenderla d’incontro, con qualche mossa a sorpresa, come quella che fece nel 1996 quando tra lo stupore generale entrò nello stadio di Atlanta per accendere il tripode con il sacro fuoco di Olimpia, emozionando il mondo intero.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.